Murder ballads, ossia della Pedemontana del Grappa e Nick Cave

Che cosa mai potrebbero avere in comune il cantore degli oscuri recessi Nick Cave e la Pedemontana del Grappa, posto isolato e misconosciuto nel quale egli non ha mai posto piede e per il quale, sicuramente, non nutre alcun interesse?
Ma, tanto per iniziare, chi è questo Nick Cave che viene scaraventato a forza nella Valcavasia, suo malgrado e nella totale ignoranza del fatto?
Forse qualcuno lo ricorderà per aver interpretato se stesso e per i suoi brani “The Carny” e “From Her to Eternity” ne”Il cielo sopra Berlino“di Wenders o, più recentemente, per “Red Right Hand“, sigla della fortunata serie TV Peaky Blinders.
Nicholas Edward Cave, australiano classe 1957, è un un tipo che, dal 1984, ha inanellato una cospicua serie di successi discografici da far invidia a… chiunque!
Nick Cave, Re Inkiostro, è uno “difficile”. Difficile da ascoltare, inquadrare, interpretare ed etichettare, a meno che non sia lui stesso a fornirci una serie di informazioni che ci permettano di farci un’idea – più o meno precisa – di chi e di cosa stiamo parlando.
Cantautore, poeta, profeta, scrittore, ama il blues e Johnny Cash ed è uno che le parole le sa manovrare a dovere, sia che esse siano ispirate dalle Sacre Scritture che da Nabokov o da Baudelaire. E le sue canzoni arrivano a quella profonda altezza che solo le anime veramente votate alla dannazione senza redenzione possono comprendere. Nick è bianco ma nero, religioso ma ateo, amorevole ma spietato, canta di amore e morte, eros e thanatos. E ama appassionatamente quella parte di umanità che, ad occhi comuni, è popolata da reietti della società: assassini, psicopatici, ergastolani, ubriaconi, white-trash, derelitti, diseredati, i respinti e ripudiati dalla vita. Nick è come l’ Achab di Moby Dick, solo che è nel contempo sia il capitano che la balena bianca, a caccia di se stesso e dei suoi demoni; è il delitto ed è il castigo, è la presenza di Dio nell’indifferenza di Dio.

Sì, ma torniamo all’argomento principale… perché Nick Cave, questo scandagliatore di anime , dovrebbe avere a che fare, anche se solo idealmente, con la Pedemontana?
Facciamo un passo indietro. Anzi, proprio un salto nel tempo a ritroso.
Treviso. Ore 16.15, 11 marzo 1903, parco di Palazzo Onigo, sulle rive del Sile.
La Contessa ed ereditiera Zenobia Teodolinda Onigo viene uccisa, con due colpi d’ascia ben assestati, da Pietro Bianchet, bellunese, fittavolo della nobildonna, una vita di stenti e miseria che si legge tutta sul suo viso devastato dalla pellagra.
Bianchet la colpisce una prima volta alla fronte. Poi la decapita.
Quel giorno la contessa Onigo vestiva signorilmente. Il primo colpo di scure menato improvvisamente con violenza deve aver prodotto la ferita minore, ma bastante a impedire che la vittima emettesse qualunque grido“, informa la cronaca di quei giorni.
Bianchet è basso, supera a malapena il metro e cinquanta; è analfabeta, pellagroso, vive a Trevignano (con la moglie incinta del secondo figlio) in una casupola con il tetto di paglia, il pavimento in terra battuta e i cartoni alle finestre. La casa, ovviamente, non è sua ma della contessa, come di due campi che Pietro ha in affitto e lavora. Non possiede nulla, tranne le braccia per lavorare come un mulo e la sua dignità di contadino.
La contessa Onigo è donna piuttosto famosa, non esattamente per la sua filantropia e munificenza ma, piuttosto, per un’avarizia che rasenta il cinismo. Freddamente altezzosa, sprezzante e insensibile, ha negato a Bianchet (trasferitosi con altri fittavoli al palazzo di Treviso per la sistemazione del parco) qualche soldo per prendere una carrozza , un po’ di mais per la polenta ed il permesso di rientrare anzitempo a casa, dopo la nascita della sua seconda figlia avvenuta un paio di giorni innanzi. Forse non ha proprio negato; di sicuro non ha accondisceso. Si è mostrata come al solito indifferente ai bisogni dei suoi lavoranti, dai quali pretende senza dare. E per dare si intende una parola buona, un gesto minimo di umanità. Linda prende e pretende metà di tutto: metà dell’uva, metà del grano, metà dei bozzoli da seta, metà del raccolto, metà di qualunque cosa. Ai pisnenti resta ben poco una volta data la metà del sangue. E poi c’è da pagare l’affitto del terreno. E l’affitto della casa.
Bianchet, una vita passata a cercare di dimenticare i morsi della fame, i geloni d’inverno, la schiena spezzata nei campi, compreso che la contessa “non ghe darà gnente“, sente montare dentro quella rabbia che fino a quel momento aveva covato sotto la cenere della sua disperazione. Una rabbia che è il livore di un’intera classe sociale vessata dallo sfruttamento impietoso della borghesia agraria, quella classe sociale fatta di servi della gleba malati e perennemente affamati e indebitati, che Bianchet riassume ed incarna, nel suo metro e cinquanta di rancore atavico.
Una frustrazione crescente che, alla fine, esplode in due colpi di mannaia lunga mezzo braccio, mentre la testa di Linda Onigo si stacca di netto dal busto, senza pietà e senza scampo, nel parco ben tenuto di un antico palazzo nobile di Treviso.

L’Arma del delitto

Quindi? Che c’azzecca Nick Cave con una contessa malata d’avarizia decapitata in riva al Sile e un povero Cristo senza di via di scampo dalla vita?
Nel 1996 Cave, con i suoi Bad Seeds, fa uscire un album dal titolo “Murder ballads“.
Le “murder ballads” (ballate omicide) inglesi, scozzesi, tedesche, scandinave, costituiscono una cospicua fetta della tradizione delle ballate (la ballata è una canzone popolare narrativa in cui si raccontano particolari eventi) e trattano di crimini efferati – realmente accaduti o di fantasia – che culminano, generalmente, in morti granguignolesche. L’ossatura portante di tali ballate è, quindi, l’omicidio. Carnefice e vittima sono comprimari, agitano lo sfondo, smuovono le emozioni, subiscono la punizione davanti agli uomini o davanti a Dio. Divenute molto famose nell’Ottocento, ma se ne ha più di qualche notizia già a metà del Seicento, le murder ballads affrontano gli argomenti più oscuri, i sentimenti e le pulsioni più inconfessabili che, puntualmente, sfociano in uno spargimento di sangue più o meno cruento, anche senza un motivo o un movente che spinga uno dei due protagonisti a commettere il delitto.
Nick, da sempre affascinato dai rifiuti umani della società e dalla narrazione di fatti violenti, infila – come perle su una collana – 10 canzoni che hanno per protagonisti quei tragici reietti che aspettano solo il momento adatto per rifilarci immagini d’orrore, ossessionati dai loro demoni interiori, antieroi per eccellenza ed elezione, con mani ed anima sporche di sangue… ed il sangue non è il loro.
Ed è proprio qui che, nell’inseguire i miei aquiloni a naso in su, ho visto quel sottilissimo ed impalpabile filo che avrebbe potuto legare il menestrello australiano alla placida località pedemontana di Pederobba, di cui Onigo – che da il nome al casato – è una frazione e dov’è (Pederobba) sepolta la nostra Teodolinda, di cui si conserva traccia e nome nell’Istituto delle Opere Pie.
Perchè, forse, a Cave sarebbe piaciuta moltissimo questa storia di nera miseria e grandissimo egoismo, che ha avuto il suo acme in un assassinio con decapitazione, ove il taglio della testa (eccezionalmente fuori dal comune) riassume in sé tutta la rabbia stritolante per una vita di stenti, afflizione e pena senza via di scampo; una vita in cui una manciata di grano e un uovo potevano fare la differenza tra vivere e morire, in una terra (il Veneto di inizio Novencento) retrograda e arretrata, popolata da servi della gleba – al limite della schiavitù – e grandi feudatari terrieri, baroni latifondisti, dispotici possessori di tutto: terre, case, acqua, uomini, anime.
Pietro Bianchet è condannato a 8 anni e 9 mesi di carcere. Gli viene riconosciuta la seminfermità mentale e la Corte terrà conto delle condizioni di ignoranza, miseria e malvessazione che furono terreno fertile per la maturazione del delitto; terreno che farà ribaltare completamente i ruoli al processo, assurgendo la vittima, animo gretto e tirchio, al ruolo di carnefice che la morte, alla fin fine, se l’è cercata e voluta. “Malmorta ma ben copada” è una battuta che circola a Treviso in quei giorni.
Teodolinda verrà sepolta in quello che oggi è proprio il palazzo delle Opere Pie di Pederobba, in un tempietto, assieme alla madre Catterina e al padre Guglielmo. La leggenda vuole che, con lei, fossero sepolti il suo amato cavallo e uno scrigno pieno di tesori (diceria sfatata dall’esumazione del corpo avvenuta qualche anno fa). Di sicuro, il giorno seguente alla sepoltura, sulla tomba verranno trovati sassi e tavole di legno “per impedire che l’anima si alzasse verso il cielo”.
Eccoli, dunque, i personaggi e la storia perfetti per una murder ballad caveiana.
Greil Marcus (autore americano, giornalista musicale e critico culturale) sostiene:“i più efferati delitti sembrano immediatamente scomparire dalla coscienza dopo essere stati pubblicati sulle pagine dei giornali”. E, forse, questo non succede se vengono immortalati in una ballata.

Tomba di famiglia dove è sepolta la Contessa Teodolinda Onigo a Pederobba (TV)
[scatti di Yvan Battaglia]

Monica Gasparotto
La scrittura e l’ironia sono cose serie. Esattamente come il cioccolato.

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